Luglio - Agosto 2026

«Redolet antiquitatem»: sette secoli di storia sotto un “tectum novum”!

AS-PE, Fondo Nicola Buracchio, perg. N. 1 (v. s.: CLXIX, già 64): partic. recto
Alanno, 1336 febbraio 27 I tre fratelli Bartolomeo, Cicco e Paolo, figli ed eredi del fu Paolo Perroni di Alanno – essendo tenuti per inveterata consuetudine («ex debito seu usu aut alia causa et | conditione qualibet»), in virtù della concessione in locazione di un feudo rusticano anticamente ottenuta dai loro avi, a corrispondere, «velut debitales», ad Andrea Tommasi di Jacobo di ser Ruggiero , pure di Alanno, alcuni redditi annui e servizi personali in più tornate – si accordano col medesimo per convertire queste prestazioni nel versamento annuo, una tantum (e precisamente in occasione della Solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, in agosto), «in perpetuum» (quindi anche per le generazioni future), della cifra «tarenorum trium ponderis generalis Regni in carlenis seu liliatis de argento, de illa, videlicet, pecunia quam Regia Curia recipit et | mandat expendi».

«Archivis, fateor, volui nova condere tecta | addere praeterea dextra laevaque columnas ». 

Non occorre essere esperti di diplomatica pontificia per avere familiarità con questo “excerptum” di un celebre epigramma, un tempo affisso «in introitu Ecclesiae Sancti Laurentii in Damaso» e giunto fino a noi attraverso la silloge epigrafica “Laureshamensis” conservata nel codice vaticano Palatino Latino 833 del IX secolo d. C. 

Questi versi, valorizzati già da Eugenio Casanova in quanto atto di nascita ufficiale – per opera di papa Damaso I (367- 384) – di «quel vero e proprio archivio della Chiesa, quel chartarius, quello scrinium ecclesiae romanae, al quale accennasi ripetutamente ai tempi di Innocenzo I, Bonifazio I, Celestino I, Gelasio I, Bonifazio II (530- 532), Ormisda, Pelagio I, ecc.» potrebbero – a giudizio di un’altra scuola di pensiero, che ha uno dei suoi capofila in Paul Künzle – non essere quello che sembrano e veicolare un significato diverso da quello che appare …

A noi, però, oggi non interessa tanto addentrarci in siffatte disquisizioni dottrinali quanto piuttosto osservare che il passo, così com’è (o come sembra essere), calza alla perfezione … al nostro Archivio

L’attesa è finita: dopo l’esecuzione dei ben noti interventi programmati nell’ambito del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), che ci hanno costretto a una lunga battuta d’arresto, l’Archivio di Stato di Pescara riapre i battenti al pubblico con una Sala Studio nuova di zecca, ricca di strumentazioni e arredi aggiunti con arte e sapienza «dextra laevaque» e pronta per essere collaudata dagli utenti e per guadagnarsi, se non proprio la gloria imperitura cui allude, nel seguito, il brano poetico, almeno qualche benevola recensione.

Ma quei versi, così come sono (o come sembrano essere), ci rappresenterebbero assai poco e noi per primi non saremmo autentici e rispettabili archivisti se, in ossequio al nostro nume tutelare, Giano bifronte, non ricordassimo, mentre ci accingiamo a scrutare l’orizzonte di un futuro promettente che si dischiude, il passato autorevole che ci definisce e che, come il volto retrospiciente di Giano, continua a vegliare sulla nostra identità

Un passato che nel caso del nostro pur giovane Istituto – nato nel 1960 come Sezione di Archivio (D.M. 23 luglio 1960, attuativo dell’ art. 2 della legge 22 dicembre 1939, n. 2006) e approdato nel 1963 alla configurazione attuale e definitiva di Archivio di Stato (D.P.R. 30 settembre 1963, n. 1409) – si dipana per quasi 7 secoli, emettendo il suo primo vagito nell’anno 1336, precisamente il 27 febbraio, ad Alanno. 

Sono queste, infatti, le date rispettivamente cronica e topica del più antico documento conservato presso di noi, che, con l’auspicio di propiziare al meglio la “neofondazione” della nostra sede, andiamo a presentarvi: un esemplare appartenente al ricco archivio privato (203 pergamene datate, nel complesso, tra il 1336 e il 1737) della famiglia teatina, di nobili origini normanne, dei Valignani, marchesi di Cepagatti, imparentatasi con i Buracchio, depositato dall’avvocato Massimo Buracchio, erede dei Valignani, presso l’Archivio di Stato di Pescara tra il 1982 e il 1985.
 

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Ultimo aggiornamento: 26/08/2026